“I robot e noi” è il titolo dell’ultimo volume, edito da “Il Mulino”, di Maria Chiara Carrozza, professoressa di bioingegneria industriale presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Lei usa la metafora dell’auto con pilota automatico per descrivere la nuova era robotica. Perché? L’auto con pilota automatico, in cui, grazie a sensori e attuatori, un algoritmo guiderà il veicolo, è l’esempio del processo di ‘socializzazione’ della robotica. Il robot entra nella società, nella nostra vita quotidiana, nelle nostre strade, prendendo decisioni al posto nostro in questo caso alla giuda di un veicolo.

In quali altri ambiti si osserverà la socializzazione robotica? I robot sono già ampiamente presenti nell’industria, dove svolgono compiti ripetitivi, accurati e faticosi ‘nella catena di montaggio’.  Nei prossimi anni, i robot entreranno nel settore dei servizi e svolgeranno compiti basilari, come per esempio nel front – office o nelle pulizie domestiche. Il robot diventa ‘sociale’, interagisce con noi, creando una “simbiosi” uomo – robot, di cui già Licklider parlò negli anni ’60 a proposito della relazione fra uomo e computer.

A proposito del suo lavoro, lei sottolinea l’importanza della “bio ispirazione”. Cosa intende?  Nel caso, ad esempio, della realizzazione dei sensori tattili, si è pensato di poter interpretare il tatto umano come misura di grandezze fisiche. Questo approccio, puramente ingegneristico, non bastava per riprodurre il funzionamento del tatto umano. Per imitare il senso tattile è stato necessario ispirarsi alla neurofisiologia e alla biomeccanica.

In che modo? Queste discipline analizzano il sistema naturale e, con metodo induttivo, ne ricavano un modello di funzionamento. La bio robotica e la bionica prendono questi modelli e se ne ispirano per la creazione di robot che imitino il funzionamento del sistema naturale. Tra l’altro, questo processo riesce a verificare i modelli neuro fisiologici, valutandoli: la robotica, così, non solo si arricchisce di conoscenze nel suo percorso, ma ne fornisce ulteriori alle discipline a cui è collegata.

La bio ispirazione si ricollega al concetto di antidisciplinarità. Ce lo spieghi meglio.  La robotica ha bisogno dell’elettronica, della neuro fisiologia, della bio meccanica: è una disciplina che fa sintesi fra le conoscenze di vari saperi. L’antidisciplinarità è collegata a nuovi mestieri, che seguono le evoluzioni dello sviluppo tecnologico. Già oggi, comunque, c’è bisogno di interdisciplinarità e accanto a competenze tecniche si trovano il saper lavorare in team o prendere decisioni.

I bio-ingegneri avranno nuove e maggiori responsabilità nella società. Come le affrontate?  Ci rendiamo conto dell’impatto di queste tecnologie sulla società, che ci spingono a diventare degli “ingegneri sociali”. Noi, però, rimaniamo scienziati e tecnici e perciò ci sarà bisogno di sociologi e filosofi che accompagnino lo sviluppo della robotica, aiutandoci a capirlo e a analizzarlo.

Di questo e delle sfide che la robotica nei prossimi anni si parlerà a “Paradigma 4.0: applicazioni e implicazioni per il settore automotive”.

Luca Della Maggiora