«La rivoluzione 4.0 non si basa sullo sviluppo di nuove tecnologie, ma sull’interconnessione e la ricombinazione guidata di quelle esistenti, il cui costo è diminuito, mentre ne è aumentata la facilità d’uso». Così il professor Riccardo Lanzara, ordinario di economica e gestione delle imprese presso l’Università di Pisa, apre la discussione sul 4.0 e le possibili conseguenze sul manifatturiero italiano.

Dopo molti anni si torna a parlare d’industria? «Sì, l’impresa recupera la centralità che aveva perso in un modo sempre più terziarizzato. Ma oggi il Piano Nazionale Industria 4.0 torna a riconoscere all’impresa manifatturiera il ruolo essenziale di motore dello sviluppo economico. C’è un importante ritorno di fiducia nell’impresa»

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha varato misure apposite per il 4.0. Come funzionano? «Il piano “Industria 4.0” è il primo tentativo di politica industriale dopo anni e presenta, fra i tanti, due aspetti di novità. Lo Stato investe in fattori e strumenti abilitanti, come ad esempio la banda larga, ma non impone delle scelte: sono le imprese che scelgono su quali tecnologie investire e ricevono finanziamenti se il loro progetto è valutato positivamente. Si esce con altre parole dalla logica degli incentivi a bando, lungo traiettorie tecnologiche stabilite da organi centrali, e si lascia alle imprese la scelta delle proprie strategie.  Inoltre, il sostegno agli investimenti, attraverso la copertura dell’ammortamento, è diluito nel tempo ed è maggiormente sostenibile dalle casse pubbliche».

Oltre il sostegno economico, di cosa hanno bisogno le imprese? «Come in tutte le grandi rivoluzioni industriali, si creerà la necessità di nuove competenze, in questo caso digitali. In Italia partiamo svantaggiati: secondo dati Miur, riportati da IBM, su 4362 dipartimenti universitari, la metà non ha corsi di tecnologia. Ma non è solo questione di mancanza di competenze, manca proprio la cultura tecnologica ed in particolare quella digitale. Questo però non è solo un fenomeno italiano: basti pensare che, secondo un recente rapporto dell’Unione Europea, circa il 40% dei cittadini europei, con le dovute eccezioni, ha capacità digitali insufficienti se non addirittura inesistenti. Allo stesso tempo, però, noto che i giovani hanno estrema dimestichezza con i dispositivi tecnologici, quindi c’è del potenziale».

Si possono attivare o implementare forme di trasferimento tecnologico da Università e centri di ricerca a imprese? «Nelle grandi imprese, esiste personale qualificato capace di interfacciarsi con ricercatori e esperti. Anzi, come dimostrato da un’indagine condotta da me e dalla professoressa Angelini, le aziende ricercano la collaborazione con l’Università non tanto per cercare di trasferire i risultati delle attività di ricerca sul mercato, quanto per aumentare il proprio bagaglio di conoscenze e quindi il know how aziendale. Caso diverso sono le Piccole Imprese: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti e spesso nessuno di questi presenta un titolo di studio equivalente ad una laurea. Questo ovviamente rende difficile la comunicazione col mondo della ricerca. In questi casi, diventa fondamentale il ruolo del sistema formativo a tutti i livelli, che coinvolga non solo le Università ma anche gli Istituti tecnici ed i percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore di più recente istituzione»

In che direzione dovrebbe evolversi? «L’obiettivo dovrebbe essere quello dello sviluppo di una formazione multidisciplinare che tenga conto delle nuove sfide, orientata all’action learning e al life long learning, perché lo sviluppo tecnologico è sempre più veloce e non si ferma mai.»

La conversazione con Lanzara tocca temi come la capitalizzazione delle pmi e la globalizzazione, che saranno approfonditi venerdì 27 ottobre a Pontedera a “Paradigma 4.0: applicazioni e implicazioni nel sistema automotive”.

Luca Della Maggiora