Quanti sono i toscani che hanno lavorato in smartworking nei mesi passati? Che professioni svolgono? Queste e altre sono le domande a cui risponde lo studio elaborato da Irpert, l’Istituto regionale programmazione economica della regione Toscana. Lo studio è stato presentato in occasione dello workshop di Movet sullo smartworking del 9 ottobre 2020.

Il primo dato da segnalare è che circa il 33% dei lavoratori toscani potrebbe potenzialmente lavorare da remoto, contro il 5% di chi lo faceva già abitualmente e il 19% a cui si è arrivati durante il lockdown. «La nostra è una stima basata sullo studio delle professioni e la loro classificazione in base a tre criteri: possibilità di svolgere lavoro da remoto, grazie all’uso di tecnologie; il tipo di interazioni che con colleghi e macchine/strumenti e se queste possono essere mediate da tecnologie e infine il grado di autonomia del lavoratore» dichiara Nicola Sciclone, vicedirettore di Irpet.

Un quadro in cui le potenzialità del lavoro agile si accompagnano alle difficoltà, soprattutto nel settore privato, a concretizzare tale strumento a causa delle caratteristiche di molte professioni. Sono facilmente adattabili al lavoro agile le occupazioni che richiedono un titolo di studio più alto e in generale le professioni dei settori finanziario, assicurativo e della pa. «Ci sono quindi delle disuguaglianze nell’accesso al lavoro agile – analizza Sciclone – a svantaggio dei lavori manuali, nei settori agricolo e industriale, e a minor grado di specializzazione».

Il dato più sorprendente è riguarda i giovani che, nonostante siano più predisposti all’uso della tecnologia, sono stati meno toccati dallo smartworking in questi mesi. «Ciò dipende principalmente dalla scarsa presenza di giovani nei settori dell’amministrazione pubblica e dell’istruzione. Nel privato ciò è collegato al fatto che i giovani hanno spesso contratti temporanei e instabili, che non prevedono
l’uso di smartworking».