Sono un gruppo di giovani ricercatori e compongono il team dello “Human-Robot Interfaces
and Physical Interaction” ( HRI2) dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova (IIT). Al
centro del loro lavoro l’interazione uomo – cobot e l’obiettivo di costruire macchine capaci di
adattarsi a task e bisogni dell’uomo. E le loro ricerche sono apprezzate e tra i riconoscimenti
ottenuti c’è anche il KUKA Innovation Award 2018.

Al timone di HRI2 c’è Arash Ajoudani, iraniano con dottorato conseguito presso il centro “E.
Piaggio” di Pontedera (Università di Pisa e IIT).

I cobot sono già una realtà, come nella Continental di San Piero a Grado. In cosa possono
essere ulteriormente sviluppati?
I cobot di oggi hanno alcuni limiti dovuti al concetto di “human avoidance” su cui si basano.
Ad esempio, se il robot percepisce un ostacolo sul suo percorso scappa e devia per evitare
pericoli. Invece, noi studiamo per rendere più forte questa collaborazione.

Ci faccia un esempio. Il robot, in futuro, sarà capace di studiare come il peso di un oggetto si
distribuisce sul corpo di un uomo e svolgere quella mansione per alleggerire il carico
sull’uomo. I cobot svolgeranno le mansioni più dure, limitando i danni alla salute dovuti al
lavoro.

E l’uomo che ruolo avrà? Funzioni di supervisione, ma con alcune differenze. Le operazioni
di programmazione più complesse saranno svolte da lavoratori specializzati, con laurea o
phd. Ma anche i lavoratori non specializzati potranno lavorare con i nuovi cobot, grazie a dei
training, perché diventeranno più semplici. E poi ci sono i lavoratori con esperienza che
potranno insegnare ai cobot le proprie mansioni rimanendo come supervisori.

Quindi la vostra ricerca su cosa si concentra? Sui cobot con i quali condivideremo un
piccolo spazio, con limitata mobilità reciproca. Non gli esoscheletri che sono addosso a noi,
ma macchine che ci sono molto vicino e che devono adattarsi a diversi compiti e all’età
dell’individuo. Ad oggi esiste la tecnologia per raccogliere tutti i dati di cui il cobot ha
bisogno, ma manca la capacità di rendere questi dati utilizzabili in ottica collaborativa. Su
questo stiamo lavorando.

Luca Della Maggiora